martedì 13 gennaio 2015

Interazioni tra cibi e farmaci


PERICOLOSE INTERAZIONI TRA CIBI E FARMACI

Molti sudi scientifici dimostrano che le interazioni tra i farmaci e ciò che mangiamo o beviamo possono o vanificare l'effetto terapeutico, o determinare effetti collaterali tali da costrigere a sospendere la cura. E non stiamo parlando delle comuni sostanze come il caffè o gli alcolici, ma alimenti innocui, come il pompelmo, le banane o la liquirizia.
Sui "bugiardini" anche noti come foglietti illustrativi, le indicazioni sono scarse e L'Agenzia Italiana del Farmaco ha lanciato l'allerta. "Cibi e bevande possono influire sull'assorbimento, il metabolismo e l'escrezione del farmaco e renderlo inefficace, potenziarne la tossicità o creare effetti collaterali anche gravi". 

Un esempio di alimento da tenere sotto controllo è il Pompelmo che contiene sostanze che modificano il metabolismo di molti farmaci e impepdiscono all'organismo di inattivarli a momento giusto. Questo fenomeno rigurda diversi farmaci antitumorali, alcuni antibiotici,  le statine, farmaci per il sistema nervoso e gli immunosoppressori. Va anche evitato durante la profilassi antimalarica con il chinino, se si è in cura con calcio-antagonisti, antistaminici e farmaci per l'ipertensione.
L'Alcol potenzia gli effetti collaterali di alcuni farmaci, o ne altera il funzionamento: un esempio sono tutte le medicine per i disturbi psichiatrici, con gli antibiotici e gli antistaminici. L'alcol inoltre aumenta la sonnolenza legata all'assunzione degli antistaminici, fa crescere il rischio di danni al fegato se si è in cura con le statine. Le bevande alcoliche vanno evitate anche se si assumono analgesici come il paracetamolo o gli anti-infiammatori non steroidei in quanto aumenta il rischio di sanguinamento gastrico. La Caffeina ha meno controindicazioni dell'alcol, ma è più insidiosa in quanto contenuta in molti alimenti. La caffeina contrasta l'azione dei farmaci per l'insonnia ed è sconsigliata a chi è in terapia con broncodilatatori, in quanto può provocare eccitabilità, tachicardia e nervosismo. Questa sostanza a causa della sua azione antiaggregante, deve essere evitata a chi assume farmaci anticoagulanti, perchè aumenta il rischio di emorragie.
Banane e verdure: alcuni diuretici e gli Ace-inibitori usati per le malattie cardiovascolari, determinano l'accumulo di potassio nell'organismo. Chi assume tali farmaci deve evitare gli alimenti ricchi di potassio come le banane, le arance, le verdure a foglia verde e i sostituti del sale che contengono potassio.
Latte e latticini: tali prodotti interferiscono con l'assorbimento di alcuni antibiotici limitandone l'efficacia. Non vanno associati a tetracicline ( che oggi sono poco usate), e vanno limitati se si assume ciprofloxacina. Il latte invece, è consigliato a chi assume il litio per il disturbo bipolare, in quanto riduce la frequenza di disturbi gastrici.
Cibi ricchi di tiramina e istamina: entrambe le sostanze si formano naturalmente nell'organismo, ma alcuni alimenti ne sono particolarmente ricchi e, una concentrazione eccessiva nel sangue può creare problemi se si assumono farmaci. La tiramina (presente nei formaggi stagionati, nel fegato nella salsiccia secca,  nella acciughe in salamoia e nel cioccolato), può causare innalzamenti della pressione se si assumono farmaci antidepressivi (IMAO) o alcuni antibiotoci ed antimicotici. Questi ultimi non vanno associati neppure a cibi ricchi di istamina, che può causare cefalea, sudorazione, palpitazioni, e cali di pressione.
Liquirizia e mirtillo: la liquirizia può causare aritmie e talvolta infarti ai soggetti in cura con digossina (un farmaco usato per l'insufficienza cardiaca); va inoltre assunto lontano da pasti ricchi di fibre che ne ostaoclano l'assimilazione.  Molti cibi hanno interazioni con anticoagulanti  antagonisti della vitamina K (warfanin); broccoli, cavoli, spinaci, cime di rapa e cavolini di Bruxelles ne riducono l'efficacia, mentre il mirtillo ne altera l'effetto

Anche alcuni integratori come la vitamina E, se assunta assieme ad anticoagulanti può causare sanguinamenti; mentre il ginseng interagisce con molti farmaci tra cui l'eparina, alcuni antidepressivi, e i Fans. Il ginkgo biloba è invece controindicato a chi assume antiepilettici.

Il gatto di Schrödinger



IL PARADOSSO DEL GATTO DI SCHRODINGER

Un esempio di incoerenza nel mondo dei quanti è il celebre paradosso di Schrodinger: se ponessimo un gatto in una scatola d'acciaio assieme ad una fiala di cianuro, un contatore Geiger (con dentro una piccolissima porzione di materiale radioattivo), collegato, tramite ad un relais, ad un martello posizionato sopra la fiala; La quantità di materiale radioattivo è talmente poca che non si ha la certezza che questo decada distruggendo un atomo in un'ora.  Se l 'evento si verifica, si rompe la fiala di cianuro uccidendo il gatto, ma finchè la scatola non si apre, il gatto potrebbe essere contemporaneamente vivo o morto. Cioè si trova in un bizzarro stato quantico, metà vivo e metà morto: non  ha senso descriverlo come l'uno o come l'altro.  In un esperimento reale, però, il gatto interagisce con la scatola scambiando luce, calore e suono, e la scatola allo stesso modo interagisce con il resto del mondo. Nel giro di qualche nanosecondo, questi processi distrugono il delicato stato quantico all'interno della scatola e lo sostituiscono con stati descrivibili, in buona approssimazione, secondo le leggi delle fisica classica. Il gatto all'interno è indubbiamente vivo, oppure morto, e non si trova in qualche misterioso stato non classico che combini i due.

Perchè vi ho descritto questo paradosso, indubbiamente non semplice?

Perchè ho trovato in rete un modo simpatico per descrivere il principio di indeterminazione di Heisenberg ( per ricostruire l'orbita percorsa da un elettrone dovremmo conoscere in ogni istante la sua posizione e la sua velocità intesa come vettore. E' però impossibile determinare contemporaneamente queste due grandezze: quanto maggiore è la precisione della misura della posizione, tanto maggiore è l'incertezza della misura della sua quantità di moto, e viceversa) e adesso ve lo propongo in chiave moderna:

Heisenberg guida su un'autostrada di sera; un polizziotto lo ferma e gli dice:  " Ma lo sa a quanto sta andando?" e Heisenberg risponde. "No, ma so dove mi trovo!!!"

L'agente insospettito chiede di aprire il bagagliaio dell'auto ed esclama: " Ma lo sapete che qui c'è un gatto morto?" Dal lato del passeggero sbuca Schrodinger e dice: "Ora si".

Heisenberg riprende di gran fretta e,  mentre guida con il gas a tavoletta viene nuovamente fermato da una pattuglia: "Ma si rende conto che andava a 170 Km/h?" e Heisenberg risponde: "Ecco, grazie tante agente, ora mi sono perso!!!"

lunedì 5 gennaio 2015

Il ciclo litogenetico


IL CICLO LITOGENETICO

 
I processi di formazione delle rocce ( magmatico, sedimentario e metamorfico), nonostante siano caratterizzati da fenomeni specifici, non sono indipendenti l'uno dall'altro, ma fanno parte di un ciclo litogenetico che coinvolge tutte le rocce della litosfera. 
Le rocce infatti, sono soggette a cambiamenti continui, molto lenti e possono essere coinvolte in uno qualsiasi dei tre processi. Il ciclo litogenetico mette in evidenza sia la modalità di formazione delle rocce, sia i diversi collegamenti tra un processo e l'altro.



Il ciclo delle rocce può essere descritto partendo ad esempio dal processo magmatico: come si può notare dallo schema, esistono due  tipi di magmi: uno primario che si forma nell'astenosfera, è basico (con un contenuto in silice inferiore al 52%), molto fluido e caldo; quello secondario o di anatessi  invece, si forma nella crosta terestre, è acido ( con un contenuto in silice superiore al 65%) ha temperature più basse ed è molto viscoso.
I magmi primari di solito a causa della loro fluidità risalgono attraverso fratture della crosta terrestre originando così rocce magmatiche effusive; un piccolissima percentuale di questi magmi può raffreddare all'interno della crosta e dare origine a rocce intrusive.
Tutte le rocce che affiorano sulla superficie terrestre subiscono l'effetto degli agenti esogeni, quindi vengono frantumate e degradate, erose ed infine trasportate dalla gravità o dai corsi d'acqua. I detriti ottenuti giungono nell'ambiente marino e sedimentano. La pressione dei sedimenti sovrastanti fa si che l'acqua presente  sia poco alla volta eliminata riducendo la porosità.  Infine vi è il fenomeno della diagenesi che comprende tutti quei fenomeni chimici e fisici che trasformano un sedimento in roccia sedimentaria. Sotto il carico di nuovi sedimenti queste rocce possono subire uno sprofondamento ed un riscaldamento e trasformarsi in rocce metamorfiche le quali se  spinte ulteriormente in profondità, subiscono aumenti di temperatura e di pressione, dando origine ad un magma anatettico (secondario) il quale potrà formare plutoni all'interno della crosta terrestre e solidificare lentamente, dando origine a rocce intrusive.
Ovviamente all'interno di tale ciclo sono possibnili diversi percorsi:  sia le rocce sedimentarie che metamorfiche possono subire sollevamenti durante la formazione di una catena montuosa, o ancora, rocce intrusive possono subire sia sollevamenti collegati a fenomeni orogenetici oppure subire processi metamorfici.
Tale ciclo non può essere considerato chiuso, in quanto la litosfera riceve materiali dall'astenosfera ed intergisce con l'atmosfera, l'idrosfera e la biosfera.

domenica 16 novembre 2014

Distillazione degli idrocarburi

OIL, PETROL AND OCTANE NUMBER

Oil, or petroleum, is a complex mixture of solid, liquid, and gaseous hydrocarons, it also contains traces of organic components, oxygen, sulphur, and nitrogen. At room temperature oil is a thick, flamable oily, yellow to black substance.

Composition
Naturally occurring oil generally contains three hydrocarbons: alkanes, cycloalkanes and arenes. Other thypes of hydrocarbons like alkenes, alkynes and polyenes are more rare and only present in small quantities.
Oil also contains a wide variety of sulphurous compounds that have  a negative effect on the quality of the oil, since they cause unpleasant odours, corrosion, and pollution.  Nitrogen compounds, on the other hand, usually make up no more than 0.5 % of oil; oxygen compounds (mainly organic acids) do not usually exceed the 0.8 %.

Formation
Oil forms through long processes involving the decomposition of biological materials that settled to lake, sea, and ocean bottoms.
The factors involved in the formation of oil are: an anaerobic environment ( either in the sea or in a salty lake) where anaerobic bacteria  can degrade the materials; enzymes that can start the deamination (the removal of the amine group) of  peptides, and the decarboxylation ( removal of the carboxyl group) of fatty acids.
Mineral catalysts formed at elevated pressures also contribute to the process, and through slow reactions, after long periods of time (between 1 million and 600 milion years), at high pressures (up to 900 atm) and tempertures (on the order of 150 °C), oil is formed. 


Oil forms in droplets in sedimentary rock, it would be impossible to extract it from that type of rock, but oil then migrates into reservoirs that are like geological traps: a alyer of porous rocks situated between two layers of impermeable rocks .Gaseous  hydrocarbonsare trapped  there, toghether with oil, and water. the sediment is layered from top to bottom depending on density.

Oil refining
Once crude oil has been extracted, it is refined, i.e. fractioned into components with different density levels. The process is divided into 4 main phases:
- Fractional distillation is carried out in columns that have a  number of trays at different levels. The  components condense at different levels depending on their boiling temperature. After a first topping ( atmospheric distillation)  witw teperatures reaching 350 °C, there is a second, vacuum distillation with temperatures up to 400 °C. The components are gasses with a low molecular weight (methane, kerosene, diesel, heavy residue).
The heavy residue undergoes a second vacuum distillation process, resulting in kerosene, diesel, lubricant oil and a residual (bitumen or asphalt).

- Cracking process aimsat increasing the percentage of petrols, usually no more than 25% of the distillation products, by turning diesel and kerosene, that have 10 to 16  atoms of carbon, into lighter elements. At 450 °C and tranks to certain catalysts, catalytic cracking  produces short-chained or branched molecules (ethene and propene for production of plastic, LPG as a household heating fuell).

- Catalytic reforming process has been used sinse 1949, and it has improved petrol quality, as it increases their antiknock properties.

- Hydrodesulphurisation process allow to recover sulphur in oil ( due to the formation of H2S and H2SO4 ), and it also improves petrol quality, since it prevents the formation of polluting compounds during combustion. 

Da Chimica e Vita  - Bargellini, Crippa, Nepgen, Mantelli

lunedì 26 maggio 2014

LA DINAMICA DELLA LITOSFERA

La parte superficiale della Terra è costituita da un involucro rigido definito litosfera, esso è suddiviso in un certo numero di frammenti o placche che sono in continuo movimento l'uno rispetto all'altro. La manifestazione più vistosa della mobilità delle placche è la presenza di fasce attive della crosta, interessate da fenomeni sismici o magmatici.
La prima teoria riguardante lo spostamento dei continenti fu proposta e presentata nel 1912 da Alfred Wegener. Secondo questo scienziato circa 200 milioni di anni fa le masse continentali erano unite in un unico supercontinente chiamato pangea e circondato da un oceano chiamato panthalassa. A ridosso dell'equatore vi era un braccio di mare poco profondo chiamato tetide che separava parzialmente la pangea.



L'idea di Wegener nacque da alcune osservazioni, ricavate dallo studio della geomorfologia, della paleontologia e della paleoclimatologia.
Dall'esame di un planisfero notò che le piattaforme continentali dell'Africa e del Sudamerica  "si potevano incastrare" come i pezzi di un puzzle. Notò inoltre dall'analisi delle rocce presenti sulle sponde dell'Atlantico che le caratteristiche erano molto simili. Inoltre in alcune serie sedimentarie scoprì l'esistenza di fossili guida identici ritrovati anche in una parte dell'Australia. I reperti più significativi erano il mesosaurus, un rettile caratteristico di acque dolci e la glossopteris, una felce arborea. I resti fossili hanno permesso a Wegener di ricostruire la paleogeografia in quanto erano indicatori climatici assieme a resti di antiche glaciazioni  presenti in zone equatoriali. 
Per quanto riguarda le "prove scientifiche" pensò che il responsabile della deriva dei continenti fosse la forza centrifuga originata dalla rotazione terrestre.
La teoria di Wegener rimasse argomento di controversie per una decina di anni e poi definitivamente abbandonata.

Teoria dell'espansione dei fondali oceanici 

Negli anni '50 le ricerche geologiche ebbero un nuovo impulso, in particolare l'oceanografia e furono intraprese numerose esplorazioni degli  oceani, che consentirono di cartografarne con estrema precisione i fondali.
Attraverso lo studio dei fondali oceanici si è scoperto infatti la presenza di un sistema di dorsali sommerse, lungo circa 70000 Km. Esse corrispondono ad una fascia di crosta oceanica inarcata verso l'alto tanto che la sommità è di 2- 3000 m più alta dei circostanti fondali oceanici. Si tratta di una gigantesca "cicatrice" in rilievo che non occupa posizioni equidistanti dai margini continentali e, in certe zone come il Golfo di Aden o la California penetrano nei continenti.
La cresta delle dorsali è quasi sempre caratterizzata da un solco longitudinale  largo qualche decina di Km e profondo dai 1500 ai 3000 metri, chiamato rift valley, per la sua grande somiglianza con il sistema di fosse dell'Africa Orientale; in qualche punto emerge come nelle Azzorre o in Islanda.
L'asse della dorsale è attraversata da un sistema di faglie trasversali chiamate faglie trasformi lungo le quali si verifica uno scorrimento reciproco di blocchi di litosfera oceanica .
Lungo le faglie che delimitano la rift valley risale continuamente dal mantello del magma basaltico che fuoriesce da innumerevoli punti sul fondale oceanico solidificando sotto forma di pillow - lavas. Inoltre sul fondo delle rift valley sono state scoperte sorgenti ifrotermali: Lì l 'acqua marina penetra nelle fratture delle dorsali, scende per parecchi Km e si riscala al contatto con il magma basaltico. Divenuta meno densa, essa risale fino a sgorgare con violenza dal fondale oceanico con getti caldissimi intorno ai 380° ricchi di minerali e gas portati via in soluzione dai basalti.
L'insieme delle caratteristiche osservate lungo le dorsali,  indica che sotto alla crosta oceanica, deve esistere un flusso ascendente di materiale molto  caldo, non completamente fuso, o forse solo in minima parte.
Dallo studio dei fondali oceanici, sono emerse altre strutture caratteristiche dal punto di vista geomorfologico, tra queste le più comui sono le piane abissali e le fosse oceaniche.
Ai lati della dorsale, il fondale si estende fino alle pianure abissali, zone pianeggianti molto estese e con profondità fino ai 5000 metri circa. Esse sono ricoperte da un sottile strato di sedimenti caratterizzati da argilliti e radiolariti. Se il fondale è meno profondo possiamo trovare anche sedimenti carbonatici come ad esempio i "calcari a calpionelle". Sulle piane abissali possono essere presenti rilievi isolati generalmente di origine vulcanica come ad esempio i guyot che presentano una superficie tronca.
Altro elemento caratteristico del fondale oceanico sono le fosse, depressioni molto profonde e relativamente strette, molte delle quali scendono a più di 10 000 m di profondità.  Un tipico allineamento di tali strutture è presente lungo il bordo occidentale del Pacifico, dove le fosse si susseguono dallo Stretto di Bering fino alla nuova Zelanda, al largo di Giava e Sumatra e lungo le coste del Sudamerica. La fossa può essere definita come un incisione del fondale oceanico che si immerge o sotto crosta oceanica o sotto crosta continentale. Il piano di scivolamento viene chiamato Benioff e scende in profondità con un angolo di circa 45°. Lungo il piano di Benioff sono localizzati ipocentri sismici da superficiali a profondi, il flusso termico è molto ridotto rispetto alle dorsali e in queste zone la litosfera oceanica subduce immergendosi nell'astenosfera.
A una certa distanza dalla fossa si osserva sempre un'intensa attività vulcanica caratterizzata da archi insulari (isole vulcaniche ) o archi di cordigliera (vere e proprie catene montuose sui continenti).




LA TETTONICA DELLE PLACCHE

 La crosta terrestre è il prodotto di una lunga evoluzione attraverso continue trasformazioni che coinvolgono enormi volumi di rocce che si susseguono nel tempo geologico; inoltre la distribuzione dei vulcani e degli ipocentri sismici non è casuale ma caratterizzata da settori ben definiti delimitati da aree più tranquille.  Essa è stata formulata nel corso degli anni 70 e prende in esame il comportamento della litosfera nei confronti dell'astenosfera, meno rigida, sulla quale la litosfera può muoversi.


Secondo la teoria della tettonica a placche la litosfera è suddivisa in una ventina di zolle o placche di dimensioni molto vaire, caratterizzate da margini di diverso tipo. Le placche si muovono lentamente sull' astenosfera, trascinate passivamente dai moti convettivi presenti nell'astenosfera. Le placche possono essere costituite da sola litosfera oceanica ( come la placca pacifica), da sola litosfera continentale ( come la placca euroasiatica) o mista ( come la placca africana). Le placche litosferiche si muovono molto lentamente, sull'ordine di alcuni cm l'anno. 
I limiti delle placche, chiamati margini  vengono distinti in tre tipi: 
  •  margini divergenti o costruttivi, lungo i qualli si crea nuova crosta oceanica. Coincidono con le dorsali oceaniche, ma vengono inclusi in questa categoria anche i rift continentali come quello africano. Le due zolle ai lati della dorsale si accrescono e la crosta oceanica viene spinta lateralmente rispetto alla dorsale. Questi marigni sono caratterizzati da attività sismica  superficicale e attvità vulcanica.
  • margini convergenti o distruttivi, lungo i quali le zolle contigue sono spinte l'una contro l'altra. Coincidono con le zone di subduzione sia oceaniche che sotto ai continenti. Altri megini convergenti sono quelli continentali dove si formano le grandi catene montuose.  I margini distruttivi sono caratterizzati da intensa attività sismica e magmatica.
  • margini conservativi, lungo i quali le zolle scivolano l'una rispetto all'atra lungo le faglie trasformi (cioè a scorrimento orizzontale). Sono caratterizzati da intensa attività sismica ma privi di attività magmatica.





MARGINI DIVERGENTI

Come già detto, i margini divergenti coincidono con le dorsali oceaniche, in corrispondenza di queste strutture la crosta oceanica si inarca, si assotiglia e si frattura; il materiale plastico che risale dall'astenosfera fonde, generando un magma femico che in parte solidifica in profondità generando gabbri, in parte risale originando la dorsale dalla quale fuoriescono lave basaltiche. Il materiale fuso sottostante è costretto a dividersi in due rami che scorrono in direzioni opposte ed esercitano una trazione sui due blocchi della lotosfera a lato della frattura. La frattura viene quindi riaperta e richiusa dal magma che risale e si raffredda; la trazione, origina faglie parallele all'asse della dorsale: i blocchi scivolano verso il basso e si origina una struttura a gradini tipica di una dorsale oceanica. Inoltre ogni risalita di magma "spinge" le colate precedenti ai lati della dorsale facendo così espandere il fondale oceanico.
La velocità di espansione degli oceani non è costante: nell'Atlantico arriva a 3 - 5 cm l'anno, nella dorsale pacifica invece si raggiungono i 15 cm l'anno circa.
L'espansione dei fondali richiede centinaia di milioni di anni, attualmente possiamo osservare nella regione del Mar Rosso la formazione di un nuovo oceano che da 20 milioni di anni fa, avviò la sepoarazione della placca araba da quella africana.
Un oceano in fasi iniziali è rappresentato dal rift africano dove la crosta continentale si sta fratturando, originando profonde fosse.

MARGINI CONVERGENTI

 I margini convergenti sono quelli in cui le zolle entrano in collisione tra loro. A seconda della natura delle zolle ai lati del margine, possiamo distinguere diverse situazioni:
  • collisione tralitosfera oceanica e litosfera continentale: quando la litosfera oceanica entra in collisione con quella continentale, quella oceanica più densa, si immerge sotto il margine continentale originando una zona di subduzione; in questa situazione si viene a formare una fossa oceanica , si hanno ipocentri sismici da superficiali a profondi  ed infine la formazione di un arco vulcanico sul continente. La fossa segna il limite delle due zolle e, quella oceanica incurvandosi verso il basso trascina con se i sedimenti che di solito sono di origine silicea. Quando il materiale arriva ad una profondità di circa 150 Km lungo il Benioff, la crosta oceanica ed i sedimenti fondono parzialmente originando grani quantità di magma. Parte di esso raggiunge la superficie alimentando vulcani che costituiscono un arco vulcanico anche detto arco di cordigliera. Si assiste quindi ad un ispessimento della crosta continentale e la formazione di una catena montuosa. L'esempio più tipico è rappresentato dai vulcani della "Cordigliera delle Ande", originata dalla collisione tra la placca di Nazca e quella sudamericana. In queste zone oltre a fenomeni sismici molto intensi si assiste ad eruzione violente caratterizzate da lave andesitiche.
  •  collisione tra due zolle oceaniche: in questo caso, si verifica la subduzione  della crosta più rigida e fredda originando una fossa in pieno oceano, lontano dai margini continentali. I magmi prodoti dall'anatessi risalgono attraverso la litosfera originando vulcanismo sottomarino che emergeranno poi, formando un "arco insulare". Accanto all'intensa attività vulcanica, queste zone saranno caratterizzate da intensa sismicità. Un classico esempio è dato dal Giappone  e dalle Filippine. Tra le isole vulcaniche e il margine continentale resta un braccio di mare deto bacino di retroarco.
MARGINI CONSERVATIVI
I  margini lungo i quali le placche scivolano parallelamente l'una rispetto all'atra seza formazione o distruzione di porzioni litosferiche, sono dette margini conservativi. In questo caso, non si ha nè subduzione o formazione di catene montuose, ma si originano faglie molto estese caratterizzate da scorrimento sul piano orizzontale, dette faglie trasformi, lungo le quali i margini scorrono in senso opposto e a velocità diverse. A causa dell'attrito tra le placche, si verificano terremoti abbastanza violenti, mentre l'attività vulcanica è assente. Un margine conservativo è la faglia di San Andreas in California, dove la zolla pacifica scivola lungo quella americana ad una velocità di circa 5 cm l'anno. Si tratta di una faglia lunga centinaia di Km e sembra essere la prosecuzione di un compleso sistema di faglie che  interessa il settore pacifico di fronte alla California e collega due tratti di dorsale oceanica. Altre faglie trasformi tagliano trasversalmente l'asse delle dorsali e ne interrompono la continuità e sono sede di ipocentri sismici superficiali.

IL MOTORE DELLA TETTONICA A ZOLLE 

La teoria della tettonica a placche spiega la dinamica globale del nostro pianeta; l'unica questione ancora oggetto di dibattito dalla comunità scientifica riguarda le cause del movimento delle zolle.
Per poter spiegare il meccanismo che aziona le zolle e la velocità di spostamento sono state formulate diverse ipotesi, nessuna delle quali ha ancora trovato una risposta definitiva.
Un'ipotesi prevede che le zolle siano spinte da forze che agiscono in corrispondenza delle dorsali, dovute alla pressione del nuovo magma che viene eruttato, e  verrrebbero trascinate dalla forza di gravità come pesanti blocchi freddi in discesa nelle zone di subduzione. In realtà sembra che tali pressioni siano insufficienti a muovere le zolle.
Si ritiene che la causa del movimento delle zolle siano i movimenti convettivi del mantello, e a questo proposito sono stati messi a punto diversi modelli di movimenti convettivi, che differiscono per la forma e le dimensioni delle celle convettive. Secondo alcuni scienziati le celle convettive coinvolgono solamente l'astenosfera, per altri coinvolgono l'intero mantello, e per altri ancora vi sono due serie sovrapposte di celle convettive.
Questi modelli hanno in comune il fatto che i rami ascendenti delle correnti convettive sono sotto le dorsali oceaniche e i rami discendenti  in corrispondenza delle zone di subduzione.  In tutti i modelli comunque, i rami paraleli alla litosfera oceanica funzionano come un nastro trasportatore, allontanandole o avvicinandole.
Alcuni hanno proposto in alternativa ai moti convettivi un modello a pennacchi, secondo il quale del materiale caldo proveniente dal mantello inferiore potrebbe contribuire al movimento delle placche. E' possibile che colonne di materiale caldo risalgano dalle zone profonde, trasferendo il calore alla litosfera; il materiale fuso risalirebbe in punti isolati e provocherebbe il movimento delle placche. Questo modello sarebbe in grado di spiegare la struttura non continua delle dorsali, la presenza delle faglie trasformi, ma al momento non esistono prove che confermino i diversi modelli proposti. 
In alcune placche litosferiche è stata inoltre scoperta l'esistenza di hot spot o punti caldi, questo termine indica fenomeni vulcanici isolati, che non sono originati dai margini delle zolle.  Qui si registra un flusso termico molto elevato, e si verifica emissione di lava esclusivamente basaltica proveniente da zone profonde del mantello. I punti cladi si trovano i diverse zone della superficie terrestre ma, quelli più studiati sono quelli della Hawaii, dell'Islanda e di Yellowstone.
Si pensa che questi vulcani siano generti da enormi "pennacchi" di materiale caldo che risalgono formando apparati vulcanici.. La posizione dei punti caldi non cambia con il tempo, infatti mentre le zolle si muovono, restano apparati vulcanici ormai spenti e sopra l'hot spot se ne formano di nuovi. Un esempio sono i vulcani di tipo hawaiano;  un altro esempio è l'Islanda che oltre ad essere attraversata dalla dorsale atlantica pare abbia un punto caldo localizzato vicino alla dorsale che intensifica l'eruzione di lava associata alla dorsale.

TETTONICA A ZOLLE E ATTIVITA' ENDOGENA

La teoria della Tettonica a zolle è in grado di spiegare tutti i fenomeni che si verificano sulla superficie terrestre che vanno dall'attività sismica a quella vulcanica.
Infatti in corrispondenza dei margini divergenti e conservativi sono presenti fenomeni sismici con ipocentro superficiale; l'attività sismica profonda è presente nelle zone di subduzione, infatti è facile che durante la trazione questi materiali accumulino energia elastica, si fratturino e provochino terremoti sempre più profondi, man mano che ci si allontana dalla fossa. Gli ipocentri dei terremoti in queste zone sono localizzati lungo il Benioff che ha un'inclinazione variabile a seconda della velocità di subduzione  e della rigidità delle zolle. I terremoti che interessano queste zone sono i più disastrosi e possono raggiungere magnitudo fino a 9. Se in una zona di fossa oceanica, l'ipocentro è superficiale e la magnitudo è magiore o uguale a 7.5 vi è una la possibilità che si origini un'onda da maremoto.
Per quanto riguarda invece l'attività vulcanica, questa è localizzata lungo i margini divergenti, attraverso eruzioni lineari tranquille, oppure nelle zone di subduzione dove si originano magmi a composizione prevalentemente andesitica che alimentano un'attività vulcanica esplosiva. Qui si originano archi vulcanici insulari sul bordo del continente o in pieno oceano come ad esempio i vulcani della cintura di fuoco circumpacifica o dell'Indonesia. Altri fenomeni vulcanici sono presenti nei punti caldi e sono caratterizzati dall'emissione "tranquilla" di lave basaltiche.

domenica 4 maggio 2014

IL CAMPO MAGNETICO TERRESTRE

Fin dal XVII secolo è noto che la Terraa possiede un campo magnetico la cui origine è ancora incerta. Per tentare di spiegarlo sono state formulate ipotesi diverse; la prima interpretazioneè che al centro della Terra , il nucleo ferroso si comporti come un dipolo permanente. Questa ipotesi è caduta quando è stato dimostrato che la magnetizzazione di qualsiasi sostanza scompare al di sopra di una determinaa temperatura detta "punto di Curie". Questa temperatura è diversa a seconda del materiale ma sempre più bassa di quella del nucleo terrestre. Quindi l'idea che al centro della Terra esista qualcosa di permanentemente magnetizzato come una barra magnetica è insostenibile. La teoria oggi più accreditata è quella della dinamo ad autoeccitazione; la fisica insegna che un campo magnetico può essere generato da cariche elettriche in movimento e che un campo magnetico a sua volta può generare un campo elettrico. Secondo questa teoria le condizioni per fornire un flusso elettrico sufficiente a creare il campo geomagnetico si realizzano all'interno del nucleo; esso infatti è costituito da metalli ed è un buon conduttore di corrente elettrica, inoltre può funzionare come un generatore di corrente perchè il materiale del nucleo è allo stato fuso. Si ipotizza che nelle prime fasi della vita della Terra si sia formato un piccolo campo magnetico generato dalla rotazione terrestre oppure da moti convettivi del nucleo stesso. Questo campo magnetico avrebbe prodotto nel nucleo correnti elettriche che a loro volta avrebero generato un campo magnetico che facilitando il mantenimento delle correnti elettriche avrebbe stabilizzato il campo geomagnetico.


Il campo magnetico terrestre si estende anche al di sopra della superficie terrestre con un'intensità che diminuisce con la distanza dal pianeta. Studiando i valori della direzione e dell'intensità del campo geomagnetico, si è scoperto che esistono variazioni delle stesse sul lungo periodo, tra queste le più importanti sono le inversioni di polarità scoperte studiando il magnetismo fossile delle rocce: con periodicità irregolare il campo geomagnetico inverte le polarità, cioè polo nord e polo sud si scambiano la posizione.

Paleomagnetismo

Da tempo si è constatato che alcune rocce possiedono una magnetizzazione propria; esse contengono minerali ferromagnetici cioè minerali con una magnetizzazione stabile indipendente dal campo magnetico esterno. Questa magnetizzazione viene acquisita dal minerale nel momento in cui si forma la roccia: quando questa solidificandosi raggiunge una temperatura inferiore al "punto di Curie" ( per l'ematite 580°C) mantiene il campo magnetico esistente al momento della sua formazione e si conserva in permanenza anche se il campo magnetico esterno muta. Questo magnetismo fossile viene definito "paleomagnetismo", e il suo studio si è rivelato uno strumento utilissimo per indagare sulla storia magnetica e geologica del nostro pianeta. 
In particolare il paleomagnetismo rappresenta la prova indipendente per la teoria della tettonica a placche. 
Le anomalie magnetiche registrate nei basalti poste simmetricamente alle dorsali oceaniche possono essere causate non solo dalle inversioni di polarità del campo magnetico terrestre, ma anche dai movimenti della litosfera che modificano l'orientamento di grandi masse rocciose dotate di magnetizzazione permanente.
Negli anni '60, analizzando il paleomagnetismo, si scoprirono dei fenomeni molto significativi per la comprensione  della dinamica della litosfera: la migrazione apparente dei poli e le anomalie magnetiche dei fondali oceanici. Il primo fenomeno indicava una differente posizione del polo nord magnetico come se nello stesso momento fossero stati presenti sulla Terra diversi assi magnetici. La spiegazione più ovvia della migrazione dei poli è che in realtà si siano spostati i continenti e che ilpèercorso apparente dei poli testimoni la reale migrazione di ciascun continente. Questo fenomeno non fu considerato subito una prova definitiva del movimento delle placche ma è stato confermato in seguito quando sono state registrate anomalie magnetiche positive e negative nei basalti dei fondali oceanici che quindi non si sono formati tutti nello stesso periodo. Il fondale oceanico diventa quindi un nastro registratore del campo geomagneticoe quindi un archivio della storia della Terra.

La coda magnetica

Nelle vicinanze della superficie terrestre, il campo magnetico ha una configurazione sostanzialmente simmetrica rispetto all'asse del dipolo: le linee di forza del campo magnetico sono disposte perpendicolarmente alla superficie terrestre in prossimità dei poli, mentre corrono quasi parallele al suolo in prossimità dell'equatore. Questa configurazione è però fortemente distorta a grande distanza dalla Terra, cioè si deformano: sono schiacciate l'una contro l'altra dalla parte del Sole, mentre si diradano dalla parte opposta. Il risultato è, che su grande scala, il campo magnetico ha una configurazione simile a quella di una cometa, con la coda dalla parte non esposta al Sole. Questo campo di forze si chiama magnetosfera e, dalla parte opposta al Sole si estende per centinaia di migliaia di Km.

La forma della magnetosfera è determinata dal vento solare, un flusso di particelle subatomiche, elettricamente cariche, che comprime la magnetosfera sul lato vicino al Sole; l'entità dela compressione dipende dall'intensità dell'attività solare.
La magnetosfera, impedisce comunque che il vento solare raggiunga direttamente la superficie terrestre, il che avrebbe coseguenze nocive sugli organismi. Solo in prossimità dei poli, dove le linee di forza del campo magnetico sono orientate verso la Terra, le particelle riescono a penetrare nell'atmosfera,producendo fenomeni di luminescenza noti come aurore polari.
L'interazione tra campo magnetico e vento solare, pèroduce inoltre sistemi di corrent elettriche che fluiscono nella magnetosfera producendo perturbazioni del campo magnetico alla superficie terrestre. Le particelle provenienti dal Sole, possono rimanere intrappolate in prossimità della Terra: possono cioè entrare in orbita e, se possiedono una particolare energia, percorrono traiettorie a spirale da un polo all'altro. Queste particelle, costituisocno le fasce di "Van Allen", una interna a circa 3000 Km dalla superficie  ed una esterna tra i 15 - 20000 Km dalla superficie. Le fasce di Van Allen contribuiscono al fenomeno delle aurore polari.



 

domenica 13 aprile 2014

I FENOMENI SISMICI

I terremoti sono manifestazioni superficiali dell'azione delle forze tettoniche che si sviluppano all'interno della litosfera; assieme ai fenomeni vulcanici sono la prova più evidente della dinamicità della Terra.
Essi si manifestano in aree sismicamente attive che coincidono generalmente con i margini delle catene montuose, delle dorsali oceaniche e delle zone di subduzione.
Un terrremoto è una vibrazione più o meno intensa della superficie terrestre causato dalla repentina liberazione di energia meccanica; il punto in cui l'energia viene liberata sotto forma di onde elastiche viene definito ipocentro del terremoto, da esso l'energia si propaga in tutte le direzioni. L'epicentro è il punto sulla superficie terrestre, situato sulla verticale dell'ipocentro in cui giungono per prime le onde sismiche  che sono avvertite con maggiore intensità.

Il meccanismo che genera i terrremoti è stato spiegato per la prima volta nel 1911 dal sismologo americano H. F. Reid che studiò dettagliatamente le deformazioni del suolo in prossimità della faglia di San Andreas  (una profonda lacerazione della crosta terrestre che attraversa la California per quasi 1000 Km), dopo il terremoto che colpì San Francisco nel 1906. Durante questo terrremoto si individuarono spostamenti macroscopici del terreno, dell'ordine di qualche metro lungo la faglia. Reid giunse alla conclusione che le rocce, se sottoposte a sforzi, si comportano in modo elastico e si deformano progressivamente fino a che non viene raggiunto il limite di rottura. A questo punto l'energia elastica accumulata durante la deformazione si libera, in parte soto forma di calore per l'attrito lungo la superficie della faglia, in parte sotto forma di violente vibrazioni che si propagano dall'ipocentro . Questa teoria, definita come "Teoria del rimbalzo elastico" spiega anche come i terremoti siano dei fenomeni che si ripetono periodicamente in una certa zona.
Nella Terra, le rocce sono sottoposte a sforzi da movimenti in atto nella litosfera; nei volumi di rocce interessati si accumula energia come deformazione elastica, finchè superata la loro resistenza, l'energia si libera improvvisamente generando nuove faglie o rimuovendone antiche e provocando il teremoto. Il fenomeno può esaurirsi in qualche secondo, ma può prolungarsi fino a 4 - 5 minuti e produrre terremoti violenti.
In base alla teoria del rimbalzo elastico una zona in cui si è manifestato un terremoto dovrebbe avere raggiunto un nuovo equilibrio che garantirebbe un periodo di tranquilità sismica. Se le forze tettoniche in grado di deformare la litosfera, continuano, si accumulerò nuova energia, fino a un successivo punto di rottura e ad un altro terremoto. Questo processo viene anche detto "ciclo sismico"; in esso si possono distinguere tre stadi: il primo è precedente alla formazione della faglia, la deformazione elastica provoca variazioni nelle caratteristiche delle rocce; il secondo è l'evento sismico mentre il terzo è quello post-sismico . L'area colpita cerca un nuovo equilibrio attraverso scosse successive o repliche.

Le onde sismiche

Una parte dell'energia che si libera dall'ipocentro si propaga sotto forma di onde sismiche le quali attraversando diversi tipi di rocce posssono dare origine a fenomeni di riflessione e rifrazione. Queste onde provocano una deformazione dinamica dei materiali che attraversano e, dopo il loro passaggio ogni singolo volume di roccia riacquista la conformazione originaria.
I diversi tipi di onde sismiche sono: P, S e L.


 

Onde P: queste onde vengono definite onde prime o onde longitudinali e sono le prime ad essere registrate dai sismografi. Al loro passaggio le particelle di roccia oscillano nella stessa direzione di propagazione dell'onda sismica: la roccia subisce rapide variazioni di volume, comprimendosi e dilatandosi alternativamente. Sono le più veloci e si propagano ad una velocità che va dai 7 ai 14 Km/s. Si propagano in ogni mezzo: nelle rocce compatte, nei fluidi e nei gas, infatti il tipico boato che accompagna l'inizio del terremoto è dovuto alle onde P che provocano spostamenti d'aria, con frequenze che rientrano in quelle percepibili dall'orecchio umano.
Onde S: sono anche dette onde trasversali o di taglio; al loro passaggio le particelle di roccia compiono delle oscillazioni perpendicolari alla direzione di propagazione dell'onda sismica; la roccia  subisce una variazione di forma ma non di volume. La loro velocità va dai 3,5 ai 7 Km/s. Essse sono in grado di propagarsi sono nei corpi solidi, quando incontrano un magma fuso si smorzano rapidamente.
Onde superficiali: quando le onde P ed S giungono in superficie, si trasformano in onde superficiali che si propagano dall'epicentro  lungo la superficie terrestre dove provocano oscillazioni di diverse forme. Le principali onde superficiali sono le onde di Rayleigh e quelle di Love. Al passsaggio delle onde R, le particelle compiono orbite ellittiche in un piano verticale  lungo la direzione di propagazione, come avviene per le onde in acqua. Al passaggio delle onde L le particelle oscillano trasversalmente alla direzione di propagazione ma solo sul piano orizzontale. Queste onde hanno una velocità di circa 3,5 Km/s, possono percorrere lunghe distanze (fino a compiere più volte il giro della Terra). Esse sono le onde che provocano i danni maggiori anche a notevoli distanze e al loro passaggio si possono verificare frane, fenomeni di liquefazione nelle argille e crolli.

Come si registrano le onde sismiche

La registrazione delle onde viene effettuata attraverso l'uso di sismografi che sono strumenti in grado di trasformare i complessi movimenti del suolo durante un sisma in una registrazione permanentte.


Il sismografo si basa sull'inerzia di una massa sospesa, che tende a rimanere immobile anche quando il supporto inizia a muoversi assieme al suolo; un pennino scrivente, lascia una traccia su una striscia di carta che ruota su di un rullo solidale con il terreno. Si registrano così le vibrazioni del suolo rispsetto alla massa. Per analizzare in modo corretto i movimenti del suolo se ne registrano le componenti in un sistema di tre assi perpendicolari, in ogni stazione sismica quindi, sono in funzione contemporaneamente tre sismografi: uno in grado di registrare i movimenti verticali, e due liberi di muoversi sul piano orizzontale, lungo due direzioni (Nord - Sud o Est - Ovest).
La registrazione del movimento sismico attraverso l'uso di sismografi è detto sismogramma:




I diversi tipi di onde sismiche, si propagano con velocità diversa e seguendo percorsi di varia lunghezza (più siamo distanti dall'ipocentro, tanto è maggiore l'intervallo di tempo che passa tra l'arrivo delle diverse onde sismiche). A una certa distanza dall'epicentro, invece, le diverse onde sismiche si separano e si riconoscono prima le onde P, nella parte centrale notiamo la sovrapposizione delle onde S e nella parte terminale del sismogramma compaiono prevalentemente le one superficiali, più lente, ma più ampie.
Dalla lettura di un sismogramma possiamo ricavare molte informazioni come l'energia liberata dal terremoto, la sua durata, la posizione dell'epicentro e la profondità dell'ipocentro.
Per determinare la profondià dell'ipocentro, sono necessarie le registrazioni di almeno 10 stazioni, per poter elaborare i dati in modo statistico.
Sono stati distinti quindi: terremoti superficiali, con profondità tra 0 e 70 Km; intermedi con profondità tra 70 e 300 Km e profondi con ipocentro a profondità maggiori a 300 Km. 

Intensità e magnitudo a confronto

La forza di un terremoto può essere rilevata attraverso due metodi, che consentono di costruire dele scale sismiche: la scala delle intensità e la scala della magnitudo.
La scala delle intensità adottata è la scala MCS (Mercalli, Cancani, Sieberg), che utilizza un metodo messo apunto da Mercalli agli inizi del '900 e successivamente modificato, senza apportare cambiamenti sostanziali.
Questa scala assegna ad ogni terremoto un valore numerico, detto grado di intensità determinato in base agli effetti delle scosse sismiche sul territorio e al grado di distruzione dei manufatti. Si riportano su una carta geografica i valori dele intensità  e si congiungono tutti i punti aventi uguale intensità, ottenendo  delle linee dette chiuse dette isosisme  che separano la zona più interna che comprende l'epicentro,  da zone in cui l'intensità decresce rapidamente.
La scala MCS presenta molti limiti dal punto di vista scientifico, in quanto l'intensità non è una misura dell'energia dissipata da un sisma, ma semplicemente la descrizione dei danni da esso provocati. Inoltre  la gravità dei danni dipende anche dalla conformazione geologica del territorio e soprattutto della presenza di centri abitati più o meno grandi, questi fattori rendono una difficile valutazione della forza del terremoto, quindi per misurare in modo rigoroso la forza di un teremoto, viene utilizzata la scala delle magnitudo che si basa sul seguente principio: tanto maggiore è l'energia liberata dal terremoto, tanto più ampie sono le oscillazioni registrate dal sismografo. Per costruire una scala di valore scientifico, occorre disporre di un'unità di misura, che in questo caso è il sismogramma di riferimento, inoltre si deve tenere conto della distanza dall'ipocentro e il conseguente indebolimento dele onde. La scala delle magnitudo è stata introdotta da Richter nel 1935. Secondo Richter, la magnitudo di un terremoto si ottiene confrontando l'ampiezza massima delle oscillazioni registrate da una stazione di rilevamento, con quella delle oscillazioni di un sismogramma di riferimento.
La scala delle magnitudo proposta da Richter, è una scala logaritmica, dove la Magnitudo è data dalla seguente relazione:




M = log10 A / A0 + Q

dove A è l'ampiezza massima delle oscillazioni del terrremoto studiato; A zero è l'ampiezza massima delle oscillazioni causate da un terremoto di riferimento ; Q è il fattore di correzione che tiene conto della distanza dall'epicentro della stazione di riferimento.
Di solito il terremoto di riferimento viene scelto in modo che provochi un'oscillazione  massima di 0,001 mm, su un sismografo posto alla distanza di 100 Km dall'epicentro. Tuttavia, le stazioni di rilevamento si trovano sempre a distanze diverse, quindi si usa il fattore Q, che tiene conto della distanza reale dall'epicentro.
La scala Richter è una scala logaritmica, quindi aumentando di un'unità la magnitudo, si ha un'ampiezza delle onde sismiche 10 volte maggiore; essa non ha un valore massimo predefinito, ma il massimo valore di magnitudo registrato è 9. Inoltre la magnitudo dipende dall'energia liberata dall'ipocentro, sotto forma di onde sismiche, questa non è misurabile attraverso formule, ma in linea di massima possiamo affermare che all'aumento di 1 unità di magnitudo corrisponde un aumento dell'energia dissipata di circa 33 volte.
I terremoti vengono distinti in microsismi (quando la magnitudo è inferiore a 5) e macrosismi quando la magnitudo super il valore di 6.

Il rischio sismico in Italia e la distribuzione geografica dei terremoti



L'Italia è situata in un'area geologicamente attiva e relativamente recente, tale zona è particolarmente instabile, come è testimoniato dall'attività vulcanica e sismica che la interessano periodicamente.
In Italia la causa della sismicità è legata a numerose faglie, le principali sono la faglia periadriatica a Nord che delimita la catena alpina e termina a Nord - Ovest in Val di Susa. Numerose faglie sono presenti in Toscana e in Emilia al limite della pianura padana e sono la causa di terremoti di debole intensità. Nella zona centrale della nosra penisola è presente la Ancona - Anzio la quale causa la sismicità nella zona umbra. più a Sud vi è la Comiso - Sant'Eufemia - Messina responsabile di sismicità abbastanza intensa. In epoca storica più di 160 terrremoti hanno provocato effetti disastrosi  e causato un numero di vittime vicino al mezzo milione di persone.  Un caso a parte è la Liguria, interessata dalla Sestri -Voltaggio, una faglia che separa geologicamente la catena alpina da quella appenninica; questa faglia però, è bloccata a Nord da un "cuscinetto sedimentario " detto Bacino Terziario Piemontese e, verso Sud da faglie presenti sulla scarpata continentale perpendicolari alla linea di costa, rendendo stabile la nostra regione.

La distribuzione dei terremoti sulla superficie terrestre non è casuale, infatti vi è una stretta relazione tra attività sismica e attività vulcanica nelle zone più recenti e attive.


Osservando la carta, è possibile constatare che i terremoti tendono a distribuirsi lungo le dorsali oceaniche dove oltre alla Rift Valley sono presenti numerose faglie trasformi. In queste zone gli ipocentri sono di solito superficiali.
Una maggior incidenza di terremoti è presente lungo la cintura di fuoco circumpacifica e lungo i margini del continente sudamericano: in queste fasce i terremoti hanno ipocentri da superficiali a profondi e sono legati alle zone di subduzione e ad intensa attività magmatica.
Anche nelle catene montuose recenti come quella alpina ed imalahiana, si registra attività sismica con ipocentri superficiali.

I maremoti


Il maremoto viene spesso chiamato con il termine giapponese tsunami, il cui significao è onda di porto.
Le cause di uno tsunami sono diverse, essi infatti possono essere generati da frane sottomarine, eruzioni vulcaniche in mare aperto o teremmoti con epicentro in mare aperto o lungo la costa.
Quelli generati da terremoti si verificano quando un evento sismico rilascia una grande quantità di energia (di solito magnitudo superiore a 7,5 e ipocentro superficiale), causando un improvviso innalzamento o abbassamento del fondale che mette in movimento grandi quantità d'acqua che generano onde che si propagano in mare aperto. Esse sono caratterizzate da una grande lunghezza d'onda e velocità intorno agli 800 Km/h. Quando l'altezza del fondo è 1/2 della lunghezza d'onda, inizia l'effetto frenante sulla massa d'acqua: la cresta si innalza fino a quando non si frange sulla costa su cui si abbatte con una forza devastante. I maremoti provocano danni maggiori nelle regioni dove le coste sono basse e non sono presenti rilievi in prossimità della costa.
I maremoti non si possono prevedere, ma ci si può difendere efficacemente, infatti per raggiungere coste distanti migliaia di Km impiegano diverse ore, sufficienti per attivare procedure di allarme e limitarne i danni. E di fondamentale importanza quindi conoscere la posizione dell'epicentro e la magnitudo di un terremoto, nonchè di sistemi di rilevamento nelle zone più a rischio.